Il gusto del terroir

Faccio riferimento al blog del critico vinicolo Gianluca Mazzella, nel suo post de Il fatto quotidiano ha stimolato la mia voglia di rispondere ed intervenire. Prende spunto da un’ intervista a Soldera di Case Basse che alla domanda se ci fosse un “gusto americano” del vino, lui ha risposto che tale domanda non significasse nulla, che non ha senso riferire il gusto a un mercato, che c’è soltanto il gusto di ciascun vino: il gusto di Brunello, il gusto di Barolo. Io penso che il gusto americano sia dato dalle abitudini di questo popolo, dove il sapore nel loro immaginario, deve essere intenso e diretto, pensare di scovare una sfumatura di gusto tra tanti, per lo statunitense medio è più difficile. Per questo motivo che il barricato vanigliato o “tanninato”, dolcifica e aromatizza rendendo più approcciabile  il vino. Io credo che Soldera volesse dire che non è importante che cosa vuole il mercato, ma valorizzare il gusto intrinseco del vino. E fin qui sono d’accordo, ma bisogna considerare che col tempo le cose cambiano, il tipo di lavoro, il cibo, le usanze, quindi anche il gusto del vino può assumere sfaccettature diverse.

Certamente però, non dobbiamo perdere di vista l’anima del vino, che è il terroir, non è semplice rispettarlo, soprattutto quando si riscontrano abusi tecnologici. 40 anni fa infatti, si potevano identificare dal colore, Baroli che provenivano da comuni diversi; i fattori di produzione però erano simili: macerazioni, la temperatura in vinificazione non si controllava, il tipo di tostatura e l’età delle botti, i sesti d’impianto, i cloni… Ora la varietà di decisioni che un produttore può adottare grazie alla tecnologia e alla ricerca,sono infinite, cosicché l’ anima del vino può essere meglio interpretata, ma anche rapidamente danneggiata. Ci sono tecnologie che vanno a cancellare l’anima del vino, la standardizzano e la industrializzano. Sono rappresentate dalle gomme arabiche, dai tannini aromatizzanti e una buona parte delle “porcate” enologiche che vengono messe sul mercato per fare contenti consulenti, multinazionali e titolari di aziende ignoranti. Forse così ci si avvicina al famoso gusto americano. Ma adesso ci sono i cinesi e che facciamo? Il gusto cinese? No… non c’è da preoccuparsi, almeno per il Barolo, per loro è sufficiente il nome che già li inebria e li fa sentire soddisfatti, questa è la potenza intrinseca del terroir che si impone su tutto il resto e noi produttori , dobbiamo fare di tutto per difenderlo e rispettarlo.