Barrique o no barrique, questo è il (falso) problema

Qualche tempo fa sul blog di Poggio Argentiera, Gianpaolo Paglia ha dichiarato di aver maturato l’idea di  porre fine all’utilizzo delle barriques. La sua decisione a mio avviso è rispettabile perché il produttore di vino ha diritto di cambiare interpretazione del proprio vino nel tempo. Molti opinion leader del mondo del vino, si sono schierati dalla sua parte esaltando questo gesto di coraggio. Sicuramente la tendenza vinicola è quella di limitare l’uso dei piccoli contenitori da 225l, privilegiando i formati più grandi, esaltando meglio le caratteristiche intrinseche del vino, piuttosto che quelle del legno.

No barrique, No Berlusconi, sentenziava Bartolo Mascarello qualche anno fa. Ma nello stesso periodo, se il vino non sapeva di legno, non veniva considerato da nessun giornalista di livello “internazionale” e quindi le vendite si complicavano. Io penso che i piccoli carati di rovere francese non debbano essere considerati “il male”, devono essere valutati come uno strumento per affinare il vino, che dona morbidezza tannica, aiuta l’evoluzione ossidativa dei profumi e gusti, grazie alla porosità del legno.

Certamente non bisogna abusarne; senza dubbio alcune annate si prestano meglio all’affinamento in barriques rispetto ad altre. Credo però che le decisioni importanti, coraggiose non siano legate alla barrique, ma al raggiungimento di scopi che si proiettano al futuro, come la solforosa zero nei vini, la limitazione dei diserbanti chimici e concimi chimici in vigna, progettando aziende che azzerino l’uso di gas e gasolio. Non credo nei cosiddetti vini veri, biodinamici o biologici, ma credo nei vini del buon senso.

Non mi illudo che il mondo diventi improvvisamente più “buono” consapevolmente, ma l’era del petrolio sta finendo e le grandi potenze mondiali indirizzeranno gli investimenti nelle energie alternative; il politecnico di Torino potrà finalmente rispolverare l’auto elettrica progettata negli anni ottanta e noi produttori avremo a disposizione più strumenti per produrre inquinando meno, senza andare a compromessi con la qualità a cui non riusciamo e non possiamo rinunciare.

  • C’e’ un po’ il rischio, come tu paventi, che vi sia una presa di posizione eccessivamente critica contro le barriques da parte della stampa e dell’opinione pubblica. Quando Franco Ziliani in un intervista mi ha chiesto se l’uso della barrique in Italia avesse portato piu’ lati positivi o piu’ lati negativi, ho risposto “Nel complesso credo che ci siano stati più lati positivi”.
    Nel mio caso si è trattata di una semplice scelta personale , a me non piacciono piu’ le espressioni che la barrique da ai vini, e quindi anche ai miei, e francamente sono stato sorpreso dall’eco che questa mia decisione ha avuto in alcuni settori.
    Detto questo, secondo me c’e’ spazio per tutti gli stili, io non mi permetto neanche di criticare il Tavernello, solo non lo bevo.
    Diverso è forse il discorso della solforosa e dei metodi di coltivazione in generale, dove uno sforzo di maggior “pulizia” sicuramente si puo’ e si deve fare, proprio perche’ anche il consumatore lo chiede.
    Buona vendemmia.

  • luigi

    …produco vino a livello familiare… non ho mai utilizzato diserbanti e concimi chimici… preferisco zappare 10 100 volte in più