Come ogni anno, con l’arrivo del mese di ottobre il mondo del vino catalizza la sua attenzione, oltre che sulle vendemmie in corso, sull’uscita delle guide.
Per anni i giudizi dei critici italiani hanno influenzato le abitudini di acquisto degli appassionati, arrivando addirittura a condizionare lo stile di produzione di alcuni vignaioli. Voglio qui citare le più conosciute e autorevoli , sperando di non fare torto a nessuno: Gambero Rosso, Veronelli, Duemilavini, Luca Maroni, Espresso.
Oggi probabilmente la loro influenza non è più la stessa rispetto ad alcuni anni fa, ma senza dubbio continuano ad avere un grande seguito, e sia i consumatori che i produttori aspettano con ansia di sapere come sono stati quotati i principali vini italiani nelle loro annate recenti.
Da commerciante, devo dire che anche io seguo attentamente i giudizi dei giornalisti e dei critici, cercando di monitorare quanto ancora sia il seguito di queste pubblicazioni, e quanto ancora possano risultare utili e funzionali alle vendite.
Da appassionato però, mi capita spesso di fare una riflessione che voglio proporvi.
Da molti anni, alcuni importanti vini italiani non vengono più menzionati su una o più guide di riferimento, per motivi squisitamente legati a rapporti non entusiasmanti (per usare un eufemismo) tra produttore e guida, quindi slegati dal fattore qualità del vino proposto.
Di altri vini ho invece l’impressione che il giudizio assegnato sia abilmente pilotato, per lanciare o punire una determinata azienda. Non si spiegherebbe infatti perché alcuni eccellenti vini siano spesso meno valutati di altri, magari figli di procedimenti industriali e di qualità appena sufficiente.
Alcuni affermano che in questi casi chi più spende più raccoglie, ma non voglio qui alimentare sterili polemiche.
Non voglio neppure fare nomi di produttori o guide, chi vuole capire non ha bisogno di ulteriori chiarimenti.
La mia domanda è questa: essendo chiaro che la quasi totalità delle guide risulta comunque incompleta dal punto di vista della proposta di giudizi, le guide rispecchiano realmente il profilo del panorama produttivo nazionale?
E il loro scopo è quello di rendere un servizio ai consumatori, indirizzandoli verso la migliore scelta, oppure è quello di vendere più copie possibili e coltivare i propri interessi?
Vi saluto rilanciando una famosa frase di Pasteur, per sottolineare che il gusto rimane comunque una questione strettamente personale, e che i giudizi degli altri devono sempre trovare conferma nella nostra esperienza gustativa: “la qualità dei vini la fanno i degustatori, ma la qualità dei degustatori chi la fa?”

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