ISTRUZIONI PER L’USO

Oggi mi voglio collegare ad un articolo apparso su La Prima di www.WineNews.it.

Cito testualmente: “La riflessione prende spunto da un’indagine del “Daily Telegraph” su un campione di cittadini britannici. Che, a domande su vini e vitigni, rivelano un’ignoranza che ai “principi della cantina” può apparire sconcertante, ma che non lo è. Se il 58% degli intervistati pensa che lo Chablis sia un’uva e se il 57% crede che il Beaujolais sia un vitigno, non è colpa della società, della politica o del destino rio. Dovremmo pensare che, se qualcuno vuole produrre vino per venderlo sul mercato, i consumatori devono essere educati, con una formazione precisa. Non all’acquisto, ma al consumo: per formare conoscenza e coscienza delle loro scelte. Perché non discutere di questo?”

La proposta dell’autore dell’articolo mi trova completamente d’accordo, ma tempo che non possa che rimanere utopica. La realtà statistica evidenziata dall’accurata indagine inglese, trova un’infelice sponda anche qui in Italia, paese di secolare tradizione enologica.

Per mia esperienza, sono pronto a scommettere che un sondaggio dello stesso tipo effettuato nel Belpaese non darebbe risultati molto diversi. Quanti consumatori saprebbero che il Barolo si ottiene da uve Nebbiolo, così come il Barbaresco? E quanti conoscono l’uva che si utilizza per la produzione del Brunello di Montalcino?

Certo che la legislazione italiana non facilita la comunicazione a livello interno ed internazionale, in quanto molti disciplinari non permettono di specificare chiaramente l’uva utilizzata e l’esatta zone di provenienza di un vino, e il consumatore può facilmente perdersi in un labirinto di diciture e menzioni di non facile interpretazione.

Tra l’altro se ci si mette anche il presidente della Regione Piemonte, Roberta Cota, che pochi giorni fa ha sostenuto come eccellente l’idea di comunicare nel mondo il Barolo con il suo nome dialettale Bareu per la prossima campagna promozionale negli USA, siamo a posto.

Ad onor del vero devo dire che spesso  anche gli addetti ai lavori, per ignoranza o superficialità, non contribuiscono a chiarire le idee al consumatore finale. Non è difficile infatti prendere tra le mani una carta vini di un ristorante e vedere menzionati i vini con criteri a dir poco fantasiosi, alcuni con il giusto nome e la corretta menzione geografica, altri solo con il nome del vigneto, altri ancora con il nome di fantasia assegnato dal produttore al suo prodotto.

Non resta che sperare che il Ministro dell’Istruzione Gelmini preveda in futuro di inserire nella scuola dell’obbligo un corso base di coscienza enoica.

  • Un tale sondaggio è stato fatto più volte anche da noi, soprattutto per meri scopi commerciali! Cmq è purtroppo assodato che il consumatore medio conosce poco il vino, se poi ci spostiamo fuori dall’Italia il risultato a volte è sconcertante: un Sommelier! italiano!!! che gestisce una enoteca in Germania mi ha detto che lui di Chianti vuole solo quelli Toscani, e lo evidenzia nello scaffale, con tutti i Chianti che si fanno in Italia……. NO COMMENT

  • Questa purtroppo è la realtà, per questo che la comunicazione molte volte supera il concetto di qualità. E’ anche per questo che ho deciso di aprire questo blog, che mi porta via molto tempo, ma che spera di far conoscere meglio che cosa significhi produrre vino di qualità.