Vitigni multipli

Appena tornato da un giro di degustazioni tenutesi a Londra e Cannes, mi ritrovo davanti all’amato computer e tra le tante e.mail da rispondere ne ho trovata una che mi fa riflettere. Il mittente è  il caro amico Enrico Zonin, titolare dell’azienda vinicola Tenuta il Palagio, persona di grande esperienza nel settore, infatti assieme al padre Gaetano, ha contribuito in maniera importante a creare la rete vendita in Italia della Casa vinicola Zonin.

Eccovi la mail :

Caro Enrico,

Scrivo a te come scriverò ad altri, per veder di smuovere, anche se di poco, l’opinione quantomeno di noi operatori del settore e seri produttori.

Non è possibile che da una parte il legislatore ci faccia impazzire con etichettature complicate e documenti accompagnatori informatici complicatissimi e dall’altra favorisca o quantomeno tolleri fenomeni da vera e propria TRUFFA LEGALIZZATA.

Mi riferisco all’opportunità di riprortare in etichetta la tipologia multipla dei vitigni che sono intervenuti nella produzione di questo o di quel vino a denominazione IGT ( adesso anche IGP ?!?, ma chi sta usando la denominazione IGP ?!?, ma era proprio necessario passarla anche al mondo del vino ?!?).
Il senso della norma è assolutamente chiaro e legittimo: è data facoltà al produttore di informare il consumatore sul blend utilizzato nella produzione di un particolare vino.
Ne sono nobilissimo esempio i tagli classici Supertuscan o Bordolesi, che se prodotti con uvaggi diversi danno di conseguenza sensazioni e risultati gusto-olfattivo diversi.

Fin qui tutto chiaro e nulla da eccepire. Ma se nessun disciplinare pone un limite alla quantità minima necessaria per riportare il nome di una varietà in etichetta ( e per quel che mi risulta i disciplinari che lo fanno sono molto pochi!) si arriva al caso limite dove un blend tra 99.999 litri di vitigno X ed un solo litro di vitigno Y può LEGITTIMAMENTE riportare in etichetta sia il vitigno X che quello Y.

Dal punto di vista economico vendere un Garganega – Pinot Grigio al 99,9% Garganega è un pò “più conveniente” rispetto ad un taglio 60-40. Ma la cosa scandalosa, tralasciando per un momento l’aspetto economico, è l’informazione che passa al consumatore: Come si può chiamare Garganega – Pinot Grigio un vino che di Pinot Grigio non ne ha? E riportarlo in modo evidente in etichetta? E’ questo l’aspetto che più mi disturba.

Ma la Repressione Frodi non dovrebbe cercare di tutelare il consumatore? Perchè si accaniscono cercando la pagliuzza in una etichetta quando su alcuni scaffali ci sono “TRAVI”?

Ma è più grave e più fuorvinate per un consumatore un indirizzo scritto in maniera incompleta o un’etichetta che riporta legalemente ( si fa per dire) un vitigno magari presente in parte infinitesimale tanto da non caratterizzarne assolutamente il vino in oggetto?

Ma siamo sicuri che così tuteliamo il consumatore e la tanto blasonata immagine del Made in Italy nel mondo?

Facciamoci sentire uniti e cerchiamo di cambiare questa storpiatura legislativa quanto prima.

Enrico

  • La legislazione europea vinicola è standardizzante e segue molto le logiche delle lobby degli imbottigliatori franco-tedeschi. I nostri disciplinari se restrittivi possono differenziarci, ma correndo il rischio di complicare troppo le cose.
    Ci vediamo al Prowein, a presto Zo!