Non più contadini, ma imprenditori vitivinicoli

Andando a leggere qua e là alcunui blog, in particolar modo mi soffermo su quello di Intravino dove si parla di un mio vecchio amico d’infanzia, Paolo Veglio, giovane e tenace produttore di Barbaresco, identificandolo come uno dei pochi giovani contadini delle Langhe.  Senza nulla togliere al coraggio e meriti di Paolo, mi sono reso conto che le parole che definiscono i giovani viticoltori di Langa sono alquanto confuse ed imprecise. Si dice che i produttori non sono più come quelli di una volta, ci sono vignerons fighetti, quelli hippy biodinamici, gli industriali contadini. Si va alla spasmodica ricerca dei veri agricoltori, quelli che lavorano dal mattino alla sera nei campi e ci si lamenta, che i braccianti macedoni stiano diventando i veri nuovi contadini di Langa.

L’agricoltore di Langa non è più come una volta e forse tutto ciò è un bene, a tal proposito vorrei chiarire tre concetti:

 

1) il cantadino di una volta non esiste più, tutti siamo imprenditori agricoli,  che lavoriamo direttamente o indirettamente la terra, c’è più cultura e l’ignoranza non è più ammessa. Si usa internet e siamo connessi col mondo, questo forse rende il contadino meno romantico, ma di certo più responsabile di ciò che fa, dice ed utilizza.  L’imprenditore vinicolo conosce lingue straniere e viaggiando impara a confrontarsi con altre realtà e problematiche, riducendo quel sentimento di perenne presa in giro delle istituzioni nei loro confronti.

 

2) Anche a me danno fastidio i produttori di vino che non amano sporcarsi le mani, ma ciò che conta di più è la loro serietà, qualità e responsabilità, che essi hanno nei confronti della terra che coltivano.

 

3) non giudico i miei coetanei figli di concorrenti vinicoli, ma posso dire con sicurezza che i più capaci, sono coloro che hanno vissuto l’azienda fin da piccoli, l’hanno respirata e fatta propria, coloro che arrivano in azienda a 30 anni pluri-laureati, senza neanche sapere dove hanno i possedimenti, denotano grande fragilità e vulnerabilità.

Io non sono nato da una famiglia contadina, io nasco da famiglia di imprenditori vinicoli di piccole dimensioni e devo ringraziarla doppiamente perché se mio fratello ed io continuiamo ad andare avanti con questo mestiere, è perché abbiamo provato sulla nostra pelle sin da piccoli, tutti i lavori duri della campagna, quelli della cantina accompagnati da quelli intellettuali, fisici e burocratici. Magari oggi non facciamo più sistematicamente tutti questi lavori, ma sappiamo cosa vuol dire affrontarli; normalmalmente tutto ciò si apprende con facilità da quando si è molto giovani. Per diventare colonnello prima bisogna essere stati caporale, tenente e capitano.

Vorrei concludere con il mio pensiero sulla differenza sostanziale tra la vecchia generazione di vitivinicoltori e la mia: i giovani, grazie a Dio, non hanno più quell’invidia tra produttori, che portava all’incomunicabilità e alla difficoltà di organizzazioni di gruppo, ma posseggono meno grinta e cattiveria sportiva dei padri, forse anche a causa dell’ eccessivo benessere che, quando eccede, un po’ ci rincoglionisce…